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Il partito repubblicano comincia ad aver paura della candidatura di Donald Trump

L’irruzione sulla scena di Donald Trump ha già portato una novità di rilievo per la politica americana.

 

La sua candidatura sopra le righe, politicamente scorretta, ma in grado di convincere molti elettori, stanchi dei politici di professione, potrebbe convincere l’establishment repubblicano ad attivarsi per impedirgli di ottenere la nomination alla Casa Bianca.

 

Il rischio potrebbe essere una “brokered convention”, una convenzione bloccata in cui i sostenitori del miliardario di New York potrebbero scontrarsi con quelli di altri candidati con il risultato di creare l’immagine di un partito diviso, debole e facile preda di un avversario democratico in cui Hillary Clinton appare la pretendente più accreditata.

 

Una situazione simile si è verificata di rado nella storia delle convention dei due maggiori partiti.

 

L’ultima volta fu nel 1976, quando l’allora presidente Gerald Ford pose la sua candidatura per la rielezione, ma fu sfidato con notevole energia dall’ex governatore della California Ronald Reagan.

 

Prevalse l’ex deputato, ma il partito repubblicano ne uscì così indebolito da permettere a Jimmy Carter, un quasi perfetto sconosciuto, di entrare alla Casa Bianca.

 

Se Donald Trump continuerà a riscuotere la maggioranza dei consensi degli elettori repubblicani, arrivando alla convention di Cleveland del prossimo luglio con un numero elevato di delegati a suo favore, i rappresentanti del partito potrebbero decidere di coalizzarsi sul nome di un candidato alternativo (magari il senatore della Florida Marco Rubio, o quello del Texas Ted Cruz, non escludendo nemmeno l’ex governatore Jeb Bush) in modo da evitare che Trump ottenga la nomination.

 

Naturalmente le posizioni ufficiali sono ben diverse, poiché se la verità trapelasse in modo esplicito, lo stesso Trump potrebbe decidere di candidarsi come indipendente e, a quel punto, ciò significherebbe una sconfitta per il partito repubblicano.

 

I voti conservatori verrebbero a dividersi tra due candidati e a prevalere sarebbe certamente il candidato democratico.

 

Come accadde nel 1992 con la sconfitta di George Bush sr. ad opera di Bill Clinton, rafforzato dalla candidatura di Ross Perot.

 

Tuttavia, malgrado il comprensibile riserbo, due tra i maggiori esponenti repubblicani, il presidente del partito Reince Priebus e il capo della maggioranza al Senato Mitch McConnell starebbero pensando molto seriamente a una simile eventualità.

 

La figura di Donald Trump, nonostante le sue controverse posizioni sulle donne, sugli immigrati e, da ultimo, sui musulmani fa paura al partito repubblicano.

 

Il motivo? Perché quello che dice gli permette di parlare alla pancia del paese, stanca di un paese con sempre maggiori differenze di reddito e soprattutto dei politici di professione che, come sostiene lo stesso Trump nel suo ultimo libro, dicono di fare le cose, ma poi si limitano solo alle parole, trascurando i fatti.

 

Una caratteristica che, a suo giudizio, non gli appartiene poiché la sua esperienza di imprenditore di successo lo ha sempre portato a essere concreto e realizzativo o come dice lui stesso “to get things done”.      

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